Di smartworking, telelavoro e spreadworking. Definizioni, vantaggi e problemi

Quanti di voi adesso lavorano da casa? La pandemia ha accelerato un fenomeno con cui sicuramente ci si sarebbe dovuti confrontare negli anni a venire, seppur con più lentezza. Ma sapete che differenza c’è tra smartworking e telelavoro? E che cosa è lo spreadworking?

La differenza tra telelavoro e smartoworking

Spesso i due concetti vengono visti come uguali, dunque di fatto dei sinonimi. Ma c’è una leggera differenza. A capirla ci ha aiutato Monica Barbera, personal e life coach che si occupa di aiutare le persone a conciliare vita professionale e personale.

Ecco le sue definizioni:

Il telelavoro è basato sull’idea che il dipendente abbia una postazione fissa, ma dislocata in un luogo diverso dalla sede aziendale: tipicamente a casa del lavoratore e di norma non gode di autonomia e ha un orario ben definito.

Per contro, lo smartworking è la diretta evoluzione del telelavoro; è svolto all’esterno dell’azienda solo per una parte del giorno, alla settimana e/o del mese. Si svolge in luoghi dedicati, che possono cambiare nel tempo, prevede viaggi e trasferte. Ha di norma un orario flessibile, il lavoratore organizza con autonomia le attività per obbiettivi.

Riassumendo: il telelavoro è il lavoro d’ufficio che si fa a casa, con gli stessi orari. In pratica, cambia il posto dove si svolge. Lo smartworking è qualcosa in più, un metodo di lavoro dove non si è obbligati ad avere degli orari bensì si devono raggiungere degli obiettivi., Se poi lo si fa al mattino o di notte, poco importa.

Ovviamente, l’interazione coi colleghi è sempre fondamentale, dunque le libertà che esistono, a meno che si lavori per conto proprio, vengono un po’ limitate. Per esempio, nello smartworking il dipendente non è obbligato a segnalare quando si allontana dal luogo di lavoro, ma se si collabora in team, una regola per una buona interazione è farlo.

Cos’è lo spreadworking?

Come in ogni forma lavorativa, ci sono i pro e i contro. Quando i problemi prevalgono, si scivola nello spreadworking. Esso nasce quando “il controllo esercitato dal management, sotto forma di continue chiamate, email, messaggi, riunioni, meeting e standup, rende impossibile la disconnessione, al punto che sembrava di convivere, non solo il o la nostra partner, ma anche con i di lui o di lei manager e coworker”, quando “si trasforma lo spazio domestico in spazio di lavoro impedendo alle persone di riconoscersi in più identità appiattendole alla sola esistenza come lavoratori e lavoratrici” e quando si svolge un lavoro “totalmente sregolamentato e senza alcun controllo, venendo meno gli accordi individuali”. Le definizioni sono di Vera Prada.

E in futuro?

Per qualcuno il lavoro da dovunque si desidera, collegati con un pc, è il futuro. Significherebbe, per esempio, poter lavorare per un’azienda lontana, non raggiungibile fisicamente ogni giorno. Con infinite possibilità che si aprono, arriva anche lo spettro della delocalizzazione, ovvero il datore di lavoro potrebbe purtroppo decidere di affidare un lavoro “appaltandolo” a qualcuno dall’altra parte del mondo che costa meno.

Ovviamente non ogni lavoro può essere svolto da casa.

Opinioni

In un articolo apparso su un media ticinese, tio.ch, Karin Valenzano Rossi, avvocato e membro del cda di Raiffeisen, ha detto: “L’home working può favorire la salute fisica e mentale del lavoratore, in quanto spesso i collaboratori preferiscono lavorare in determinate fasce orarie, dove si sentono più produttivi, o magari per dedicarne altre alla famiglia o ad altre esigenze”. In questo caso, si tratta di smartworking.

Anche le aziende lo vedono in modo positivo, come spiega Carlo Hildenbrand, Direttore di Swisscom Business Ticino: “Il telelavoro concede molti vantaggi all’azienda: facilita il tempo parziale, dà la possibilità di dare occupazione a persone in difficoltà, ad esempio disabili, e permette anche di ridurre l’impatto ambientale (limitando gli spostamenti)”.

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